La vera rivoluzione

Per molto tempo ho camminato per strada o guardato fuori dal finestrino dei treni che quasi quotidianamente mi trascinano in giro per l’Italia ritrovandomi a leggere i miei pensieri in chiave negativa. Amareggiato, non del tutto appagato dall’andamento di questa cosa o di quell’altra. Sempre con il dubbio di essere poco o di non essere abbastanza. Troppo spesso si crede che solo chi è appariscente o desideroso di essere al centro dell’attenzione sia accecato dal proprio ego. E invece no, anche l’umiliato ha lo stesso problema. Entrambi bramano, in modo più o meno evidente, di essere il centro dell’universo per gli altri, pur non avendo la più vaga idea di che cosa stia muovendo i fili della loro vita. Ossessionati dalla ricerca dell’approvazione e dell’attenzione, ma completamente assenti alla loro essenza.

Questo ritornello è suonato anche nella mia mente per non ricordo più quanto tempo. Alcuni la chiamano “la sindrome dell’impostore”, ovvero il sentirsi sempre inadatti, anche quando i fatti dicono il contrario. È abbastanza normale quando si cresce in un ambiente viziato nei secoli dal patriarcato, dai lati meno nobili del cattolicesimo, dalla povertà, dalla guerra. Se poi aggiungiamo una società e un mondo del lavoro sempre più agguerrito e inutilmente concorrenziale, è presto detto.

Un tempo sostenevo che ‘i cattivi’ fossero gli altri solo perché mi sentivo incompreso. Puntualmente finivo per ritrovarmi nelle grinfie di qualcuno che solleticava i miei istinti più bassi ritrovandomi senza nemmeno accorgermene in una situazione di disagio. E anziché rientrare nei miei panni e reagire con integrità mi annullavo. Mi sforzavo con ardore affinché quelle persone cercassero di cambiare idea sul mio conto, che iniziassero ad accettarmi, a chiacchierare con me o anche solo a considerarmi. D’altronde è più che normale se per anni si è partiti dal presupposto di vivere in un mondo ingiusto che ha scelto te come vittima sacrificale, come discarica dei suoi mali. A poco a poco ho iniziato a chiedermi: “Ma tu davvero vuoi l’approvazione di quella persona? Andresti a prendere un caffé/scherzeresti/ti intratterresti con lui o con lei?”. E nel 95% dei casi la risposta era no.

È dura ammetterlo, durissima, ma se finiamo in situazioni spiacevoli o nelle mani di persone poco piacevoli è perché siamo noi ad attirarle. Ci ho messo degli anni prima di accettare questa cosa, ma non ero ancora pronto a guardare in faccia il fatto che siamo dei magneti, nel bene e nel male. Di certo vivere in una società strutturata in modo da farci sentire sempre in bilico non aiuta. Il “Nessuno è indispensabile” e il “Si salvi chi può” stanno provocando più danni di quanto possiamo immaginare. Cambiare questa visione può rimescolare le carte con cui giochiamo la partita della vita in modo inaspettato. L’energia vitale si modifica: cambiano le persone intorno, arrivano nuove amicizie, altre si dissolvono; cambia il modo di agire e di portare la propria energia in un luogo o in un rapporto. Ed è bello imparare a riconoscere quando si rischia di ricadere in quel turbine di pensieri distruttivo in cui non è più importante come sei e cosa vuoi, ma come speri che gli altri ti vedano. È come se il cervello si riattivasse e dicesse: “Fermo! Dove vai? Ricordi? Bene, adesso torna qui!”.

È una grazia divina. Se ‘divina’ può essere considerato il termine giusto. A molti queste considerazioni possono risultare esagerate, se non addirittura scontate. E meno male. Significa che qualcuno dotato di integrità, di consapevolezza c’è, grazie al cielo. Ma dovremmo fare in modo che questa continua ricerca, questo tentativo di sconfiggere i nostri fantasmi diventi uno degli scopi della vita. Se noi stiamo meglio, anche chi ci circonda sta meglio. Così come un atto negativo innesca un circolo vizioso, quando ogni cosa ritorna al proprio posto si irradia la giusta vibrazione e chi è più simile a te si sincronizza sulla tua frequenza. Se è vero che il fine ultimo di ogni essere umano è la felicità e che essa passa necessariamente attraverso gli altri, forse dovremmo sforzarci e imparare a far partire le rivoluzioni innanzitutto da noi. Non in coda all’ufficio postale, al tavolino di un bar o in un corridoio, men che meno da una tastiera. La vera rivoluzione, oggi, è il tentativo di essere migliori per sé stessi e per gli altri.

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