Mi stai (ancora) ascoltando?

Più passa il tempo, più mi accorgo che il grande problema della nostra epoca sta nel danno che si crea quando l’ondata di informazioni a cui siamo sottoposti e l’incapacità di ascoltare si fondono. Due problemi che insieme fanno IL problema. Presi a sé sono stati sviscerati da chiunque attraverso studi, pareri, teorie, ma quello che mi colpisce è la miscela esplosiva che si crea quando questi due elementi vengono messi in relazione.

La quantità di input che arrivava alle generazioni precedenti alla nostra, aveva un’unica fonte: la natura, le persone, l’ambiente circostante, insomma. Oggi non solo le fonti sono decuplicate, ma in ognuna di esse vi sono delle “sotto-fonti” in grado di frammentare sempre di più la nostra attenzione. Prendiamo un esempio fra tutti: il nostro cellulare. Un nuovo elemento di distrazione nato negli ultimi decenni con al suo interno tante mini distrazioni: l’app di messaggistica nativa, a cui si aggiunge l’app di messaggistica istantanea che contiene un’intera rubrica di persone o gruppi di persone unite da intenti o interessi; poi ancora l’altra app di messaggistica istantanea (che è migliore per questo o quel motivo) in cui ci sono altre persone, altri gruppi, altre sollecitazioni. E non è finita qui, perché nel frattempo nel browser abbiamo in sospeso una ricerca su Google, nelle nostre cuffie suona un pezzo da Spotify e, accidenti, bisogna anche rispondere a quella chiamata inaspettata. Il tutto nel tentativo di ricordarci che dovremo scendere dall’autobus o dalla metropolitana possibilmente senza mancare la nostra fermata.

Per un fenomeno chiamato interferenza quando il nostro cervello supera due input consci nello stesso momento, le capacità cognitive di un manager laureato ad Harvard possono abbassarsi fino a raggiungere quelle di un bambino di 8 anni. Lo dice la scienza. La ragione è di natura evoluzionistica poiché la parte del nostro cervello adibita all’interazione attiva e a vivere il presente, la corteccia prefrontale, è la più giovane di tutto il sistema. È l’esatto opposto del cosiddetto pilota automatico che ognuno di noi spesso si è accorto di utilizzare quando, dopo aver passato alcuni minuti sovrappensiero, come riprendendosi da una sorta di ipnosi, si ritrova ad aver messo il dentifricio nel frigorifero o il parmigiano nel mobiletto del bagno. Lo stesso meccanismo attraverso il quale alcune persone sono arrivate a dimenticare il loro bambino in auto nel seggiolone, con conseguenze talvolta drammatiche.

La corteccia prefrontale è come un piccolo teatro che, a sua volta, ha un palcoscenico così stretto che più di due attori in scena fanno fatica ad esibirsi. Immaginate questa situazione reiterata per giorni, settimane, mesi, anni addirittura. Il cervello rettile diventa padrone incondizionato della nostra mente prendendo il controllo dell’intera macchina. E siccome è pigro e ragiona solo attraverso automatismi ripetuti tutta una vita, lascia che sia proprio il pilota automatico a prendere il sopravvento. Così, va in scena lo spettacolo che, fra tutti, è il meno appassionante, ovvero l’appagamento degli istinti: cibo, riposo, svago, sonno e riproduzione. Tutto ciò che è attivo, che stimola davvero il ragionamento e l’evolversi del pensiero conscio avviene in un luogo di nicchia che, in quanto tale, non possiamo sovraffollare.

Cosa avviene a questo punto? Che a tavola, tra una forchettata e l’altra, mentre abbiamo ancora gli occhi sul nostro telefonino (anche in quel momento!) qualcuno potrebbe domandarci: “Hai pagato l’ultima bolletta della luce?“. Con un ritardo pari a quello di una connessione internet rallentata dai troppi contatti, può capitare che la risposta arrivi tardivamente o che non ci sia abbastanza “linea” per elaborare il contenuto. Un po’ come quando si guarda un film in streaming: se la rete è libera, tutto ok; diversamente il nostro contenuto diventerà un insieme di quadratini indefiniti che messi insieme daranno solo una vaga forma di quello che dovrebbe essere. In quel momento il nostro cervello, concentrato sull’ultimo post pubblicato o sulla quantità di like ricevuti, sa che qualcuno si è rivolto a lui, ma non è in grado a livello pratico di decifrare il contenuto di ciò che è stato chiesto. È come un computer che ha poca RAM: ha bisogno di fare poco per fare bene, altrimenti va in crash. Questo perché la sua attenzione è altrove, con la capacità di ascolto ridotta al lumicino.

Spesso si dice, erroneamente, che alcune persone abbiano la capacità di essere multitasking, cioè di saper gestire con grande efficienza più situazioni nello stesso momento. Utilizzando, tra l’altro, un termine che ci rende paragonabili ai gingilli elettronici che portiamo nel nostro taschino. Peccato che un cellulare sia una macchina concepita e strutturata proprio per gestire più impulsi contemporaneamente. Noi purtroppo, no. Tutti: né uomini, né donne.

Qui entra in gioco l’ascolto: se dunque la concentrazione è altrove, il cervello si attiva solo se stimolato da parole chiave. In questo caso la combinazione dei termini PAGATO-BOLLETTA innesca dei meccanismi inconsci che per associazione portano a etichette come “possibile morosità”, “distacco del servizio”, “debiti”. Una volta catalogata la situazione come “di potenziale pericolo”, il cervello stravolge le sue priorità e la parte cosciente si riattiva. Ma lo fa male. Perché avendo capito soltanto due parole su otto potrebbe aver ricostruito la domanda che ci è stata posta in modo totalmente distorto. È capitato a tutti almeno una volta nella vita.

Laddove tutto è smart, tutto è garantito dall’immediatezza di un simbolo o di un cambio di schermata, ascoltare rappresenta solo una perdita di tempo. “La vita è breve”. Ma è tutta “colpa” della povera corteccia prefrontale che è biologicamente giovane, poco allenata e sovraffollata dalla mole innumerevoli di impulsi che riceve. Ecco perché a fine giornata siamo molto più “lenti” nell’apprendimento e abbiamo bisogno di un sonno ristoratore per poter ripartire.

Da anni ormai, i giochi e le attività di brain-training sono un porto sicuro per tutti coloro che, consci questo problema, non vogliono arrendersi a un cervello rettile tiranno che comanda all’urlo di: “Mamma-pappa-pupù!”. A questo si aggiunge la pratica di mindfulness, finalmente diffusa anche in Italia, che affonda le radici nella meditazione e nel buddhismo, ma senza la componente religiosa. Un modo per concentrarsi sul presente e riattivare il più possibile la parte attiva della nostra mente.

Ma finché non diventiamo consapevoli del pericolo, finché non iniziamo a sentirci alienati dalla difficoltà di farci ascoltare dagli altri, che girano gli occhi o che si concentrano su altro mentre stai parlando con loro; dal timore di dire una cosa molto importante e di non essere ascoltato fino in fondo o frainteso, tutto questo non ci toccherà. Quello che crediamo essere il mondo a portata di mano, il nostro caro amico smartphone, è solo una cantina dove andare a recuperare ciò che serve, un aereo che accorcia le distanze, uno strumento che sveltisce processi altrimenti lunghi e tediosi, ma la vera partita si gioca sul campo della realtà. L’unica a cui dobbiamo sempre rispondere se vogliamo essere “connessi” alla nostra esistenza.

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